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Il tema di Slow Wine Fair 2026: il vino giusto

Cosa conta, quando si produce un vino?

Da molti anni Slow Wine, attraverso i suoi progetti ed eventi evidenzia il ruolo fondamentale delle scelte effettuate in vigna, delle pratiche sostenibili che siano la testimonianza concreta di un’attenzione per l’ambiente che è anche capacità di progettare un futuro migliore per il nostro pianeta e della volontà di instaurare un rapporto più armonico con la natura.

Un vino solo buono dal punto di vista organolettico non è sufficiente. Deve essere anche un vino pulito, che ribadisce la volontà dei produttori di custodire il pianeta in cui viviamo anziché di saccheggiarne le risorse. E deve essere, inoltre, un vino giusto che, così come non sfrutta le risorse naturali, non sfrutta chi lavora in vigna, e contribuisce allo sviluppo della comunità del territorio.

Cos’è un vino giusto?

Quando compriamo o valutiamo un vino per il suo essere “giusto”, dobbiamo comprendere che esso non è un semplice prodotto, ma si trasforma in un motore di inclusione e sviluppo sociale. Slow Wine Fair 2026 (5a edizione) pone al centro della propria riflessione i temi sociali legati al vino e alla sua produzione.

Il tema centrale è la giustizia sociale nel mondo del vino, con una particolare attenzione alla dimensione lavorativa: rapporti di lavoro equi tra vitivinicoltori e dipendenti, un’occupazione che garantisca a tutti i lavoratori dignità, diritti e sicurezza, oltre a un compenso proporzionato alla quantità e qualità del lavoro svolto. Un tema cruciale in un settore, quello agricolo, dove la piaga dello sfruttamento è ancora diffusa. Accanto a questo argomento, si discute anche della difficoltà dei giovani di accedere ai vigneti a causa dell’aumento del costo dei terreni, del percorso che deve essere ancora fatto per raggiungere le pari opportunità anche in questo settore e dell’importanza della viticoltura nella strategia sul futuro delle Terre Alte, centrale nella visione di Slow Food.

Un’occasione per esplorare il ruolo della viticoltura come strumento di:

Integrazione dei lavoratori stranieri

La scarsa inclusione è causa di turnover eccessivo e di mancanza di professionalità nelle vigne. Ciò impoverisce il tessuto socioeconomico, provoca una carenza di manodopera e il ricorso a pratiche agricole non sostenibili. Ma proprio dalla viticoltura arrivano esempi positivi di integrazione lavorativa e inclusione, come quello che viene da Salina, territorio affascinante ma fragile, dove l’economia si regge sul turismo stagionale, che richiede nei mesi estivi molta manodopera per i capperi e la vite.

La testimonianza di Antonio Caravaglio, Salina

Qui Antonino Caravaglio coltiva le sue vigne: i suoi vini furono tra i primi a essere certificati biologici da una società francese perché in Italia non c’erano ancora enti simili, questo per far capire la sua filosofia produttiva che ha salde radici: «Per far fronte alla mancanza di lavori in campagna, che bloccava la crescita aziendale, mi sono rivolto ai centri di accoglienza e in particolare a quello di Piazza Armerina (En). Vinta la diffidenza iniziale dei responsabili del centro a mandare dei ragazzi su una piccola isola, a Salina arrivarono tre giovani, con lo status di rifugiati politici, che ho assunto. I ragazzi vivono sull’isola tutto l’anno. Dopo un primo periodo di soggiorno nella casa che mi ha messo a disposizione un mio collega, ho sistemato una parte della cascina creando tre unità abitative confortevoli, così da garantire loro uno spazio privato, dopo tutte le peripezie affrontate. Sono soddisfatto del loro percorso, li ho formati per circa un anno e ora lavorano sia in vigna sia in cantina. Ho assunto anche due ragazzi con il decreto flussi. Oggi la squadra è composta da persone provenienti da Nigeria, Maghreb, Romania e altri paesi, culture diverse che vivono in piena armonia. Questo funziona grazie a un principio semplice: il trattamento equo per tutti, che permette loro di sentirsi gratificati. Siamo riusciti a rinnovare il contratto per due anni e stiamo cercando di favorire il ricongiungimento familiare. Questa esperienza ha fatto strada: altre strutture, del settore agricolo e turistico, hanno seguito il mio esempio. L’immigrazione è una risorsa per il nostro paese e i lavoratori stranieri sono vitali per la nostra economia».

Inclusione di donne e giovani

È necessario promuovere una maggiore partecipazione di queste categorie e favorrire modelli più equi e sostenibili. Molte sono le cantine governate da donne. Nonostante gli stereotipi di genere continuino a esistere, grandi passi sono stati fatti nel mondo del vino. Se pensiamo a figure storiche come Barbe-Nicole Clicquot e alle difficoltà incontrate nell’800 a capo della famosa maison champenoise, oggi la situazione è molto diversa e il vino è sempre più in grado di valorizzare il ruolo della donna. Si assiste a una crescente trasformazione, con una maggiore presenza femminile nel settore: produttrici, sommelier, influencer e ambasciatrici del vino, che con il loro lavoro contribuiscono a superare pregiudizi storici e sociali.

La testimonianza di Elisabetta Fagiuoli, San Gimignano

Una delle capostipiti della viticoltura al femminile è sicuramente Elisabetta Fagiuoli della cantina Montenidoli, a San Gimignano, terra che l’ha accolta 53 vendemmie fa. «Come in tutti gli inizi ci sono stati dei problemi, che la bellezza di questo luogo ha aiutato a stemperare. Mi sono buttata in questo progetto con tutta me stessa, mi sono infilata pantaloni e scarpe da lavoro per andare in giro per la vigna. Perché è dal suolo che parte tutto. Perché un viticoltore deve saper guardare la terra e parlare con le viti». Ma il suo progetto non si ferma. Ha dato vita alla Fondazione Sergio Il Patriarca Onlus: «La fondazione accoglie chi non si trova nel mondo dell’efficienza – spiega Elisabetta Fagiuoli – quelli che la lasciano in quanto anziani e quelli che la aspettano perché giovani. Gli anziani possono così tramandare le loro esperienze e ne sono felici. Le nuove generazioni possono aprire un po’ la mente, perché purtroppo spesso sono condannate a sapere tutto di niente, incanalate in un tunnel di lavoro troppo specializzato e univoco».

Rigenerazione territoriale

Il vino può essere anche un veicolo per contrastare lo spopolamento e valorizzare in senso economico e sociale le aree a torto considerate marginali.

I temi delle edizioni passate

In queste quattro edizioni, il percorso della Slow Wine Fair ha messo al centro il Manifesto Slow Food per il vino buono, pulito e giusto nel 2022 e, nel 2023, la crisi climatica, con cui sono stati esplorati e raccontati i vini frutto di un’agricoltura sostenibile, che hanno come parole d’ordine la biodiversità, la tutela del paesaggio agricolo, l’uso ponderato delle sue risorse, la crescita culturale e sociale delle comunità contadine, oltre a una sempre maggiore consapevolezza dei consumatori; l’importanza di un suolo fertile, dal punto di vista agricolo ma non solo, focus dell’edizione 2024, fino alla più recente call to action Alleggeriamo le nostre bottiglie, che nel 2025 ha spostato l’attenzione dalla vigna a quanto avviene in cantina e in magazzino, quando il vino viene imbottigliato e spedito, pronto a raggiungere gli scaffali delle enoteche, le cantine dei ristoranti, e le nostre tavole.

Organizzata da BolognaFiere da un’idea di Slow Food, Slow Wine Fair è la manifestazione internazionale dedicata al vino buono, pulito e giusto. Dal 22 al 24 febbraio 2026, in contemporanea con SANA Food, convegni, masterclass, e l’esposizione di oltre 1.000 cantine italiane e internazionali e oltre 5.000 etichette. Iscriviti alla newsletter per essere aggiornato su tutte le novità. #SlowWineFair2026

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